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Opere di questo autore


Filippo Carcano

Carcano Filippo

Milano 1840 / Milano 1914

Pittore, Incisore
Biografia

da A. M. Comanducci ediz 1962
Nato a Milano il 25 settembre 1840, morto nella stessa città il 19 gennaio 1914. Allievo di Francesco Hayez all'Accademia di Brera, contemporaneo e amico di Tranquillo Cremona: fu un vero innovatore. Incominciò a dipingere quadri storici e interni; ma un po', per diretta conoscenza, a Parigi e a Londra, di quelle nuove manifestazioni pittoriche, un po' per il desiderio di esperienze e di nuove conquiste, un po' per naturale reazione al diffuso, dolciastro romanticismo, e soprattutto per la singolare, sicura nitidezza della visione pittorica che animava la sua coscienza di artista, si orientò ben presto verso quel verismo che già altri artisti, in tutte le regioni d'Italia, incominciavano ad amare. I suoi primi lavori furono studi di interni: "La partita al bigliardo" (1873), dove è anche un primo saggio di divisionismo: "La scuola di ballo" (1874), già interessante per la ricerca di quell'unità atmosferica che fino allora ai quadri d'ambiente e di genere era mancata. Le opere che segnarono il vero superamento furono quelle di paesaggio, al sole e all'aria aperta. "Il verziere" (1877) ebbe il premio pel paesaggio, in gara con Mosè Bianchi e Marco Calderini, a Torino nel 1880; nel 1882, a Milano, ottenne il premio Principe Umberto con "Piazza San Marco", che esposto a Roma fu acquistato per la Galleria d'Arte Moderna dove è tuttora conservato con una "Marina" e "Studi di Pompei". Da allora i suoi paesaggi figurarono in tutte le principali esposizioni nazionali e internazionali e le sue opere furono ospitate nelle migliori gallerie italiane e estere. Fra le numerosissime si citano: "Una mattina sul Lago Maggiore", premiata a Torino ed acquistata dal conte Sambuy; "Interno del Duomo di Milano"; "Il ghiacciaio di Cambrenna"; "Il buon pastore"; "Prealpi bergamasche"; "Cesto di polli"; "La piazzetta di San Marco"; "Ritorno del pastore"; "Giuda Iscariota"; "L'ora del riposo ai lavori dell'Esposizione del 1881", nella Galleria d'Arte Moderna di Milano dove sono conservate altre sette opere; "Il vaporino"; "Campagna d'Orsenigo (Brianza)"; "Ridda di Ninfe"; "Il verziere alla vigilia della commemorazione delle Cinque Giornate"; "Prime nevi in montagna"; "Una via di Gignese"; "Impressioni d'estate"; "Strada al Mottarone"; "Allegria"; "Dopo il temporale", nella raccolta dell'ing. Mario Rasini di Milano e "Cristo che bacia l'umanità", col quale vinse un altro premio Principe Umberto nel 1897. All'esposizione di Parigi del 1889 aveva inviato: "Lago d'Iseo"; "In montagna"; "La pianura lombarda"; "Un dolore"; "Tramonto" e "Lo spoglio del melgone", e a quella mondiale del 1900, "La campagna di Asiago". La sua carriera di artista, cominciata con un lungo, angoscioso periodo di lotta che dimostrò la fermezza del suo carattere, si chiuse non senza amarezze perché l'ultima sua minore produzione fu pretesto ad un ingiusto abbandono da parte della nuova generazione degli artisti, dimentichi del valore delle opere del maestro e del grande esempio della pugnace sua giovinezza. Il fratello Giuseppe Carcano, morto in giovane età, fu anch'egli promettente pittore. A Filippo venne dedicata una sala con 20 opere alla IX Biennale Veneziana e con 45 opere alla X Biennale. Fu aprezzato acquafortista.



da Le Biennali di Venezia - Esposizione 1895 e 1912
Mostra individuale (1912)
Nella Lombardia la rinnovazione artistica mosse da Filippo Carcano (nato a Milano, 1840).
Il Carcano combattè una lunga battaglia contro l'accademismo, e vinse con la sua indole bonariamente pertinace, fatta di calma e di forza.
Egli, uno fra gli artisti più schietti dei giorni nostri, mostrò quanto possa l'assoluta sincerità del sentimento e della visione in faccia alla natura.
La sua larga pennellata ferma sulla tela l'impressione ch'egli ha subito, fresca, immediata, riassuntiva, senza reminiscenze di cultura o di scuola, senza minuzie di particolari ingombranti.
Paesi, marine, interni, nature morte, soggetti di genere, perfino un episodio biblico ha dipinto il Carcano; pure ci sia consentito di chiamarlo il pittore delle sconfinate distese sfumanti nella bruma, il pittore maschio e sereno degli orizzonti alpestri.
Perchè egli ama la montagna, l'ama del suo tenace amore tranquillo, fino quasi alla temerità, come quando - racconta uno de' critici che l'hanno meglio compreso, il Colombo - egli si vide, nelle gole della Valsolda, travolgere tela e cavalletto dalle raffiche gelate della tormenta.


da Le Biennali di Venezia - Esposizione 1910

Mostra individuale
di Giovanni Borelli
Ne ha settanta e vive, pensa, dipinge con la lucida e sana fermezza dei primi anni di tumulto, di battaglia e di rivolta.
Ora è giunto; da un pezzo è giunto, ma non si è seduto.
Poteva accomodarsi al desco della gloria cui non manca la credenza della fortuna, lasciatasi questa attendere a lungo, poi arrivata se non a some colme, onestamente guarnita: non lo ha fatto e non se n'è ingrassato fino a mettere epa e intorpidire.
Passa svelto e vegeto d'accosto alla mensa fiorita; sosta un momento, allunga la mano con discrezione, sceglie e assaggia il buon meritato nutrimento a palato ancora fresco, a stomaco eccellente: ne fa pro, se ne allieta, sorride argutamente volgendosi talvolta addietro a sogguardare lontano la nebbia oscura della perfida stagione attraversata; in una parola dimostra di essere e sentirsi soddisfatto, ma non indugia o indulge troppo nemmeno alle tentazioni dei legittimi riposi: - una forza d'alacrità, uno stimolo di non compiuta promessa, un piacer più forte di lavoro e di veglia, lo accende e lo tiene al cavalletto, maestro che insegna avanti della perizia, l'esempio della volontà e la gioia della fede a quanti gli sono discepoli (pochi) e ai troppi i quali saltabeccano nel solco aperto dal suo aratro lucente.
Da quarant'anni, a pena tornato di fuori, ove Parigi e Londra gli avevano allargato lo spirito, confermato e rassodato la solida limpidezza dell'intuito, non oscurato nè imbastardito il genio fatto di semplicità e di rettitudine; - da quarant'anni, lanciato al primo assalto alla baionetta, ha guadagnato la cima.
Il suo credo, la sua gloria, la sua logica resistente virtù, la sua giovinezza proseguita sino a noi, sono pur sempre dichiarate nella parola intera e rivelatrice della "Partita a bigliardo" e della "Scuola di ballo".
Dopo, nessuna esitazione, nessuna diversione, nessun allettamento, anche di quelli che la fama e la fortuna insinuano: - egli ha preferito limitare forse l'eco della sua fama e la pienezza volgare del trionfo, alla non ardua industria del seguire il muovere del vento e delle fogge.
E ciò assevero nella certezza di cogliere il vero del carattere carcaniano nell'arte e nella vita; due aspetti di una probità. diamantina; ciò voglio premettere in quanto vi ha chi, alle apparenze, s'è lasciato prendere a certe meramente estrinseche parentesi di tecnica, di stile, o meglio di materia concettuale e dietro di esse è corso a concludere non so quali disconoscimenti in proprio, se non abiure o peggio, che nel tardo meriggio avrebbero ombrato il bel lago sereno dell'anima dell'illustre antesignano.
Vedremo più innanzi la esatta spiegazione tecnica del fenomeno: - ma subito sia data per assioma la coerenza immutabile granitica dell'opera vasta del Carcano, sparsa ormai nei due emisferi ed entrata nella storia dell'arte italiana.
"La partita a bigliardo" segna un rivolgimento: nell'orbita nazionale (e sarebbe necessario indagare, per confronti, la misura e il significato specifico di essa nel quadro mondiale, con la certezza di riuscire a risultanze assai diverse da quelle che molti forse temono) - nell'orbita nazionale, dico l'acquisto rappresentato dalla "Partita a bigliardo", oltre che decisivo per la divulgazione tecnica del principio, contenne una virtualità incalcolabile.
Filippo Carcano, condiscepolo di autore Mose Bianchi]Mosè Bianchi[/autore], di Daniele Ranzoni, di Tranquillo Cremona, non solamente scavalcava, insieme con quella eroica triade instauratrice, le sbarre precettistiche ed esemplificative de' suoi maestri Francesco Hayez e Giuseppe Bertini (assai maggiori, amici cari e colendissimi colleghi miei, di quanto loro, bontà vostra, concediate) ma, da un certo punto di vista, egli in virtù della sua indole più composta, direi più aritmetica, dalla quale la fantasia e l'ideazione non isterilirono, ma ebbero un ritmo calmo e una disciplina di riflessione ferrea, poso le fondamenta di un edificio, la cui guglia toccherà poi, per innesti e sviluppi successivi propri e d'altri di più profondo e diverso respiro poetico, altezze ignote di cieli e sorrisi di aurore immortali.
Certo è che se una compagnia spirituale nell'ebbrezza divina del mistero e nella libertà interiore dell'esprimersi potete dare a Tranquillo Cremona in qualche altra provincia contemporanea dell'arte italiana, e corre intrattenibile alle labbra il nome di Antonio Fontanesi per una di quelle analogie indefinibili che si ritrovano collegate da remote radici anche sotto la diversità o l'opposizione delle forme e della materia: - nessuna compagnia, alla data della "Scuola di ballo" e della "Partita a bigliardo", soccorre a spartire un titolo di primogenitura e di conquista superba, con Filippo Carcano.
Il Bianchi è già più mobile, più impaziente, più «vitalista» - se mi si può consentire il barbaro accozzo analogico al gergo scientifico - ma assai meno decisivo e meno organico: - il Marco Calderini del "Parco reale a Torino", tarderà parecchi anni ancora - gli altri; anche i promettenti, indugeranno peritosi tra quella stupefazione inerte la quale segue sempre un lampo accecante accompagnato da una bestemmia e da una condanna.
L'Accademia riceveva per Filippo Carcano ferita quale nessuno, da Francesco Podesti e da Lorenzo Bartolini in poi - macchiaiuoli compresi - in Italia, le aveva recato: e ferita ch'essa avvertiva in pieno cuore, assai più dolorando che non tacesse per il Fontanesi o il Cremona, troppo questi al di là di essa, o meglio dov'essa, smarrita, perdeva anche l'alfabeto comune a farsi capire; assai più ripiegando sotto il colpo, che non avesse fatto con gli stessi «macchiaiuoli» i quali l'avevano maledetta, sberteggiata con ogni smorfia disgustata e verso spregiativo, ma le sembravano in fondo più tosto molesti che temibili si come una flottiglia di navicelli di corsa può esser molesta e non temuta da una flotta di battaglia.
Quel Carcano, invece, il quale nell'apparenza quieta e nelle argute parole milanesi contate, le si avventava contro, quasi senza mostrarlo, attraverso una pittura che negava ed escludeva la precettistica meglio asseverata e capovolgeva i modi di espressione; quel Carcano che distruggeva l'orgoglio e il lusso prediletto della tecnica trionfante cioè la nozione del «tono» per restituire, senza saperne l'esattezza sperimentale scientifica, al «tono» gli elementi intrinseci della sua sostanza fisica, i quali sono l'intervallo e la vibrazione nella luce ed aria ambiente; - quel Carcano, da vero, esplodeva nel centro del ridotto nemico e vi apriva una breccia per la quale, tra poco sarebbe irrotto un esercito cui egli intanto regalava una bandiera imperitura.
E a buon dritto egli creava, primo, il paesaggio «dal vero» derivando questo con un rigore e un'integrità, con un volume, una realtà oggettiva quale anche nei «macchiaiuoli» e per la stessa loro formula, non erano apparsi mentre questa «oggettività» troppo grossolanamente intesa anche da molti scrittori d'arte, il pittore riviveva in una stupenda atmosfera soggettiva d'interpretazione estetica e di spirito rivelatore.
Così egli potè, ragionando sugli elementi, o com'oggi si vuol dire, sui «processi » tecnici della propria pittura (e pochissimi artisti hanno tanto ragionato, analizzato, ponderato il loro linguaggio) giungere alla definizione ch'egli medesimo dava a Ugo Ojetti or ora: «saper vedere e saper ricordarsi».
Vedere a fondo tutto il vero; vederlo a lungo, metterselo nel sangue, tentarlo d'ogni lato, svestirlo, scomporlo, ricomporlo: - ma poi «ricordarlo» anzi «saperlo» ricordare.
Saper ricordare, significa spiritualmente ed esteticamente rivivere in una seconda vita interiore, assai discosta e distinta dalla vita oggettiva, la cosa assunta: significa, in una parola, creare: trasfondere nella forma comune ed estrinseca del vero, l'accento di una parola (più che la parola stessa) interpretativa inconfondibile.
Onde la poesia, onde la grandezza, onde l'immortalità.
Coloro i quali, differendo per indole o cultura o disciplina spirituale, hanno negato a Filippo Carcano il gran dono della poesia, prima non conoscono l'opera carcaniana, secondo non hanno capito o voluto capire la possente forza organica da cui essa venne e si svolse.
L'opera del Carcano è ben monumentale. Creatore del paesaggio nostro nei modi e nei procedimenti dei quali ho dovuto a pena segnar le linee, egli mosse dagli «interni» verso le vaste pianure, il Mare e le Alpi.
Mosse dagli «interni» per una necessità, forse inavvertita, del problema stesso: raggiungere l'unità della luce e l'intensità, il volume dell'aria nella tangibile fusione degli elementi circoscritti.
Ma in quegli «interni» è quanto sulle praterie sconfinate di Lombardia e del Veneto, sul mar di Chioggia o sulla Riviera di Pompei, sulle prealpi di Bergamo o sui laghi, tutto il Carcano.
Il primo suo vasto «Interno del Duomo di Milano», segna una data ed è un capolavoro d'una modernità tecnica e d'una intensità poetica cui i trent'anni sopraggiunti han fatto grandeggiare e per i confronti oggi facili e per la resistenza vittoriosa.
Che se poi considerate e raggruppate in una sintesi compiuta gli otto lustri di questa opera magnifica e prodiga, improvvisamente sarà come un rompere solare su una distesa italica prodigiosa.
Si può prescindere dagli anni in cui il pittore, tra Parigi e Londra, nella pittura di genere andò maturando lo sbocciare virile della "Partita a bigliardo", per quanto senza la nozione di quegli anni e di quella pittura dispersa quasi tutta in America, men facile riesca ora a ricomporsi la preparazione onde scaturì possente il pittore del "Giuda", della "Margherita Pusterla", della "Mater Dolorosa", cioè fra il 75 e l'85, circa, anche un mirabile «figurista» la cui esistenza, a torto ombrata dal paesista, questo invece raddoppia e illustra; -si può far le mostre di non sapere di quali ardue bellezze egli abbia, sin dagli inizii, arricchito il ritratto, meritandosi, anche agli anni nostri, molte discussioni, ma più rispetto per la gagliarda prestanza e l'originalità dei suoi caratteri «ritrattistici»; ma pur tacendo questo ed altro, quale patrimonio, ha dato Filippo Carcano all'arte italiana.
Dal «Motterone» alla « Marina di Chioggia » (sfolgorante opera d'avanguardia anche oggi nella Galleria Nazionale d'Arte Moderna, si come avrà agio a vedere il visitatore della Mostra di Venezia); - dalla Pianura lombarda ora al Luxembourg, a Parigi, al Lago d'Iseo; dalle Prealpi Bergamasche alla Pianura d'Asiago: dalla Piazza di San Marco al Pescarenico (il quale divise nel 1881 con il Calderini, a Torino, il premio ed ora è di proprietà Sambuy); dall'Effetto di sole in via Vivaio (la vecchia via milanese) al Verziere esposto con la Piazza di S. Marco; dal Lago d'Alzano alla Sfogliatura del melgone (ora di proprietà Ottolenghi) un trionfo d'oro in una campagna chioggiotta indimenticabile; dal Ghiacciaio di Cambrenna alla Campagna d'Orsenigo, passano tele cui noi, serenamente posteri di noi stessi, possiamo arrogarci il dritto di consegnare al tempo quali capolavori fra i più rappresentativi dell'arte italiana a cavaliere dei secoli XIX e XX.
E chi ha mai dimenticato quel "Vaso di garofani all'Isola bella" (disgraziatamente emigrato in America) e quella "Cassetta di melarance", onde il Carcano toccò fastigi di colore e di originalità interpretativa anche così umanamente e spiritualmente profonda nella natura morta e nei fiori?
La gloria di Filippo Carcano è dunque propria all'artista e lo scettro ch'egli da quarant'anni tiene nell'arte lombarda, oggi, dalla breve raccolta di taluna delle opere di lui a Venezia, avrà giustificazione plebiscitaria.
Chi volesse poi avere dell'artista una nozione anche più intera, chiegga di visitare a Orsenigo alla villa Baragiola, la sala in cui sono adunate in copia tele carcaniane del più fiorente periodo e della avanzata sempreverde maturità. Allora, anche a un osservatore meno versato negli intrichi della tecnica e nelle controversie (spesso trabocchetti) della critica, apparirà evidente la mia premessa: essere venuta dal Carcano, e non alla Lombardia soltanto, la luce irradiatrice del maggior stromento tecnico della nostra pittura contemporanea; la luce, l'aria nel senso avvolgente dell'infinito prospettico e il preannunzio meditato, consapevole del divisionismo ove il complemento si palesasse necessario alla conquista dell'intensità. Si osservi in proposito "La partita a bigliardo" e la relativa data: 1872.
Ecco perché non è iperbolico, nè improprio porre Filippo Carcano, alla testa di partenza di una legione non chiusa pur anco, che, nella rincorsa e nella ascesa individuale si porterà talvolta fuori dello sguardo e del ricordo dell'alfiere, ma che a quell'alfiere logicamente, doverosamente si ricongiunge e per la storia e per la verità.
La legione, nel nome di Giovanni Segantini potrà sembrare antitetica a Filippo Carcano, ma si tratta di un errore di intervallo, di uno stravolgimento del senso che io do alle parole e alle cose.
Se il senso loro sia compreso, la verità e con Filippo Carcano.
Bene lo seppero gli allievi dell'anima del maestro: allievi dell'anima dico, non del pennello: da colui che crebbe nella poesia libera e mite della propria inspirazione silvana, Eugenio Gignous, a quegli che lo sfolgorante spirito d'avventura portò a perdersi oltre l'Oceano, nella terra ancor vergine, Guido Boggiani; a l'ultimo, ed ora veramente unico, quasi figlio di adozione, Giuseppe Carozzi, già sulla soglia personale della gloria, sull'esempio di quegli onde attinse non il modo di esprimersi o la forma, ma il modo di interrogarsi senza mentire e senza tradirsi.
Per questo gli allievi di Filippo Carcano, sono e anche più appaiono, talvolta, sì lontani o immemori del maestro.
Ma è un equivoco nostro. Essi tanto più l'onorano, in quanto si adergono nella loro propria virtù e parlano il loro proprio verbo intatto.
Nessuna scuola mai fu più nobile di questa e più pura.

Bibliografia

A.M. Comanducci - Pittori italiani dell'Ottocento - Milano 1934
A.M. Comanducci - Dizionario illustrato pittori e incisori italiani moderni - II ediz. Milano 1945
A.M. Comanducci - Dizionario illustrato pittori e incisori italiani moderni e contemporanei - III ediz. Milano 1962

Thieme Becker  - Kunstlerlex - 1911

Emporium - 1899   1914

Illustrazione italiana - 1876   1910

Opere

Strada al Mottarone - Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza

Spiaggia di lago - Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza



 

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