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Nino Costa

Costa Nino

Roma 1826 / Marina di Pisa 1903

Painter
Biografia

Giovanni Costa
 
da A.M. Comanducci ediz 1962

Nato a Roma nell'ottobre 1826, morto a Marina di Pisa il 31 gennaio 1903. Fu allievo di Vincenzo Camuccini, di Francesco Coghetti, di Filippo Agricola e di Francesco Podesti. Arturo Lancellotti giustamente distingue in tre periodi la produzione di questo artista: nel primo periodo i particolari sono curati con scrupolosità, e il vero è ritratto con vivacità e semplicità di colore; nel secondo, si accentua una maggior libertà di soggetto e di pennellata, in una raffinatezza di sentimento; al terzo appartengono rapidi paesaggi e diversi incisivi ritratti. Opere: "Donne sulla spiaggia di Anzio"; "Paesaggio" e "Il bacio del sole morente alla campagna odorosa", nella Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma; "Risveglio", nella Galleria Nazionale di Londra; "La barca"; "La Francese renouvelle toujours"; "Danza dei carbonai"; "Ragazza di Capri", "Ragazzi nel bosco"; "L'Arno a San Rossore"; "Leda", tutte di proprietà Lemon; "Barche nel golfo di Napoli"; "Campagna di Novarth"; "Ritratto femminile"; "Ritratto d'una figlia"; "Bufali nella Campagna romana"; "Campagna romana"; "Ad fontem Aricjnum", tutte nella Collezione Guerrazzi; "Il Gombo a San Rossore", nella Collezione Rutson; "Castello di Normandia", di proprietà del pittore Alma Tadema; "Frate Francesco e Frate Sole", proprietà Lord Carlisle; "Santo Stefano Rotondo a Roma"; "Geremia sulle rovine di Gerusalemme"; "La Verna"; "Il Serchio e le sue Ninfe". I suoi quadri risentono quella semplicità che così ben s'adatta alla naturale bellezza della campagna. La sua anima, capace di comprendere tutte le sfumature delle visioni, ci ha dato tele di gusto fine. I paesaggi, forse la parte migliore della sua produzione, hanno in se' la malinconica serenità della campagna toscana e di quella laziale. Tecnico esperto, egli seppe unire le finezze della sensibilità con le regole della pratica, ottenendo così nelle sue figure una sana forma costruttiva, in un periodo di tempo piuttosto molle (preraffaellismo). La sua maniera acuta, la sua ricerca costante «sul vero», additò la via a Giovanni Fattori e più tardi a Telemaco Signorini, cosicchè si può considerare il Costa come il vero animatore dei Macchiaiuoli. Ardente patriota, s'inscrisse nel 1847 alla Giovine Italia, e nel 1848, 1849 e 1860 combattè per l'indipendenza della Patria. Viaggiò in Francia e in Inghilterra dove contava carissime amicizie, tanto è vero che la maggior parte della sua produzione eseguita in Italia emigrò in Inghilterra e in Francia, dove il Costa fu sostenuto da Camille Corot, che lo ebbe carissimo.



da Le Biennali di Venezia - Esposizione 1895 e 1901
Nato a Roma nel 1826, dove dimora.
Dal 1857 al 1859 visse nel paesello d'Ariccia, studiando assiduamente dal vero.
Partecipò, come volontario, nel '59 alla guerra dell'indipendenza d'Italia in «Aosta Cavalleria».; poi si trattenne a lungo in Firenze, ove il suo ingegno si affinò.
E' artista e critico d'arte ad un tempo. Spirito austeramente coscenzioso, il Costa gode amicizie illustri e molta estimazione in Inghilterra, ed è fra gli artisti che primi infusero uno spirito nuovo nell'arte italiana.
Fra le sue opere ricordiamo: «La spiaggia di Porto d'Anzio», «Libeccio nella maremma romana» e «Risveglio», quadro acquistato per la Galleria Nazionale di Londra.
Ha la religione trepida e devota dell'Arte.


da Le Biennali di Venezia - Esposizione 1903
di Diego Angeli
Nato nel 1826 a Roma. Appartenne a una di quelle antiche famiglie romane che avevano costituito una aristocrazia delle industrie e che mantenevano vivo il sentimento dell'arte nelle imprese di cui erano l'anima.
Nato in un suo palazzo del Trastevere nel 1826, era stato fin dai primi anni allievo di quel barone Vincenzo Camuccini che rappresentava alla corte di Leone XII e di Gregorio XVI la più alta tradizione dell'arte romana.
Ma il maestro ebbe poca influenza sul discepolo ribelle, tanto più che l'alba del 1848 apportava una nuova luce nell'animo dei giovani di buona volontà.
E il Costa fu tra i primissimi a rispondere all'appello d'Italia: arruolatore e volontario nella Legione Romana, ritornò coi superstiti dell'inutile spedizione nel Veneto, fu presente ai moti romani che determinarono la fuga di Pio IX e - assediata la Repubblica dalle truppe francesi - combattè a San Pancrazio e al Vascello, coi legionari Garibaldini.
Terminata la guerra, tornò all'arte e si chiuse nelle solitudini laziali dell'Ariccia dove ricominciò la sua educazione estetica studiando il vero ed unendosi a un piccolo gruppo di artisti stranieri fra i quali primeggiava Frederick Leighton.
Giovanni Costa divenne fino ad allora amicissimo del futuro presidente dell'accademia Reale, e questa loro amicizia durò fino a che la morte non ebbe separato i due fratelli d'arte.
Risultato di quelli studii e di quelle ricerche fu il quadro delle "Donna sulla spiaggia di Porto d'Anzio", che esponiamo nella mostra odierna e che fu eseguito intorno al 1852.
Il Costa stava ancora lavorando intorno a questa sua tela e ad altre fra le quali quel "Ponte Aricino" che fu esposto nella prima esposizione Veneziana del 1895, quando scoppiò la guerra con l'Austria.
Immediatamente egli abbandonò la quiete della campagna romana per correre a Torino dove si arruolò nel reggimento dei cavalleggeri Aosta e seguì la campagna dell'indipendenza come volontario nell'esercito piemontese.
Firmata la pace di Villafranca, ed essendo ormai sospetto al governo Pontificio si stabilì a Firenze.
Quivi trovò i giovani pittori fiorentini ancora schiavi delle formule accademiche e desiderosi di liberazione.
Il suo quadro delle "Donne sulla spiaggia di Porto d'Anzio" apparve come una rivelazione ed esercitò una influenza salutare sul gruppo che fu detto dei macchiaiuoli.
Questo soggiorno fiorentino durò fino al 1862: durante questi tre anni Giovanni Costa lavorò molto e fra i quadri prodotti allora mi piace ricordare quella "Sera alle Cascine" che fu esposta qui a Venezia nel 1899.
Da Firenze passò a Parigi dove si legò d'amicizia con Jean Baptiste Camille Corot, con Herbert e con gli artisti del 30.
Fu anzi col  Corot che cominciò, nella foresta di Fontainebleau la grande figura di donna che esponiamo quest'anno.
Si può dire che questo quadro fu il sogno costante della sua vita, tanto che vi lavorò a varie riprese e pochi giorni ancora prima di partire per la sua villa di Bocca d'Arno, lo mostrava agli amici e accennava loro le ultime modificazioni che intendeva apportarvi.
Tornato a Roma verso il 1865, ricominciò i suoi studi nella campagna Romana e le sue cospirazioni nello studio di Via Margutta, studio storico, ormai, dove a volta a volta furono il Manzini, il Cucchi i fratelli Cairoli, e tutti i grandi cospiratori di quel periodo. Si può dire anzi che di là uscì il disegno del piano insurrezionale dei monti Parioli.
Intanto egli era tornato all'Ariccia, e fu in uno di questi affannosi e fecondi viaggi che, l'illustre suo amico, il pittore inglese William Blake Richmond, compì il ritratto che fa parte della breve mostra costiana.
Questo ritratto fu eseguito pochi giorni prima il fatto di Villa Glori: fallita l'insurrezione romana, il Costa si trovò solo a Porta del Popolo per aprire la cinta della città all'eroico gruppo Garibaldino.
Abbandonato dal comitato, cercato attivamente dalla polizia, traversò la campagna laziale, sconfinò a Correse e raggiunse lo stato maggiore di Garibaldi a Mentana, dove combattè eroicamente per la liberazione di Roma.
E da Mentana tornò a Firenze, per unirsi tre anni dopo alle truppe del generale Cadorna ed entrare alla testa di esse dalla breccia di Porta Pia, l'alba del 20 settembre 1870.
Da allora si diede strenuamente all'arte, organizzò società, fondò scuole ed esposizioni.
Per lui italiano d'animo e di cuore l'arte appariva come un apostolato e si deve alla sua costanza, alla sua energia e alla sua volontà se verso il 1885 fu costituita quella società detta poi In arte libertas che segnò veramente il primo passo della rinascenza della scuola romana.
Si può dire anzi che i migliori pittori di questa scuola furono parte importante dell'eletto cenacolo: da Onorato Carlandi a Giulio Aristide Sartorio, da Enrico Coleman ad Alessandro Morani, da Alfredo Ricci, morto troppo giovane, a Giuseppe Cellini.
In una lettera, scritta all'aprirsi dell'esposizione romana del 1885, egli scriveva queste parole: «Amore, arte e libertà: tale è il sunto del programma per i giovani artisti. L'amore annobilisce il sentimento e lo purifica; il lavoro lo sviluppa; la libertà gli aggiunge dignità e responsabilità. La nostra patria italiana è bella e degna d'invidia, la nostra razza è nobile e scelta: amiamola così come è, dipingiamola come la vediamo e faremo opera d'arte. Io vorrei che i giovani fossero artisti se si sentono abbastanza forti per non fare altra cosa al mondo fuori dell'arte, io vorrei che studiassero la natura e le antiche tradizioni degli antichi maestri delle epoche vitali. Io vorrei che fossero al tempo stesso modesti e fieri del loro amore».
In queste nobili parole è veramente racchiuso tutto il programma estetico dell'illustre pittore che si spense serenamente circondato dall'amore dei figli e dalla riverenza dei discepoli in un triste giorno dello scorso inverno.
Tutto il programma estetico e anche il suo ideale di vita: già che se egli fu un artista eletto fu anche un nobile e puro di spirito, la cui memoria rimarrà incorrotta fra tutti coloro che lo amarono come amico e lo venerarono come maestro.

Bibliografia

A.M. Comanducci - Pittori italiani dell'Ottocento - Milano 1934
A.M. Comanducci - Dizionario illustrato pittori e incisori italiani moderni - II ediz. Milano 1945
A.M. Comanducci - Dizionario illustrato pittori e incisori italiani moderni e contemporanei - III ediz. Milano 1962


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