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Opere di questo autore


Giovanni Segantini

Segantini Giovanni

Arco - Trento 1858 / Monte Schafberg, Pontresina - Svizzera 1899

Pittore
Biografia

da A. M. Comanducci ediz 1962
Nato ad Arco (Riva di Trento) il 15 gennaio 1858, morto sullo Schafberg (Svizzera, Engadina) il 28 settembre 1899.
«La suggestività di un'opera d'arte è in ragione della forza con cui fu sentita dall'artista nel concepirla, e questa è in ragione della finezza, della purezza, dirò cosi, dei suoi sensi. Mercè sua, le più lievi e fuggevoli impressioni vengono rese più intense e fissate nel cervello, commuovendo e fecondando lo spirito superiore che le sintetizza; ed ha luogo allora l'elaborazione, che traduce in forma viva ideale artistico. Per conservare questo miraggio ideale durante l'esecuzione dell'opera, l'artista deve fare appello a tutte le sue forze affinchè persista attiva l'energia iniziale. E' tutta una vibrazione dei suoi nervi intenti ad alimentare il fuoco, a tener vivo il miraggio colla evocazione continua, perchè l'idea non si dissolva o divaghi: l'idea che deve prender corpo e vita sulla tela, creando l'opera che sarà spiritualmente personale e materialmente vera: Dunque il vero è là! Entra nell'anima e fa parte dell'idea. Il pennello scorre sulla tela ed obbedisce: mostra il tremito delle dita in cui si raccolgono tutte le vibrazioni nervose: nascono gli oggetti gli animali, le persone, e di in tutti i più piccoli particolari prendono forma, vita, luce. Il fuoco dell'arte è nell'artista, mantenendogli in una tensione di spirito quella emozione che egli comunica alla sua opera. Per questa emozione il lavoro meccanico, faticoso dell'artista, scompare, e producesi l'opera d'arte completa, fusa di un sol pezzo, viva, sensibile. E l'incarnazione dello spirito nella materia, è creazione...». Così pensava e scriveva Giovanni Segantini, il più italiano, il più grande fra i grandi pittori dell'ottocento che visse una vita breve ed operosissima, offuscata nella fanciullezza da sciagure e dolori, coronata poi da felicità e successo. Il padre, un povero falegname, lo consegnò ad una sorella, poco fortunata anch'essa, e non si fece più vivo. Il piccolo abbandonato visse due anni da solo, chiuso nella soffitta, perchè la zia era sempre fuori di casa, occupata fino a sera tarda. Un giorno fuggì verso la campagna finché non cadde esausto. Fu raccolto da un buon contadino nella notte, mentre l'uragano imperversava. Divenne da quel giorno un guardianello di bestie. Crebbe così fra i suoi protettori umili, lieto di disegnare sulla terra animali e figure.  Studiò pittura con Luigi Tettamanzi e quindi alla Accademia di Brera a Milano. Trovato nei fratelli Alberto e Vittore Grubicy degli amici ed apostoli della sua arte, vennero delineandosi le sue possibilità e maturandosi il suo temperamento, per cui decise di stabilirsi in campagna per essere più a contatto con la natura. Fu dapprima in Brianza, poi a Savognino nei Grigioni, da ultimo sul Maloja, e dipinse tutta quella meravigliosa serie di tele che va dal "Torello" al "Trittico" che destinato all'Esposizione di fine secolo di Parigi, ha ora trovato il suo collocamento definitivo al Museo Segantini di St. Moritz. Dal verismo dei suoi primi lavori, per una lenta evoluzione passò al simbolismo degli ultimi, e partito da un'ispirazione rustica alla Jean Francois Millet, attraverso allo studio coscienzioso del paesaggio d'alta montagna, raggiunse una fattura personale basata sul divisionismo dei colori, colla quale produsse opere concepite con alta idealità e riassunte con profondi accenti d'umanità. Le opere più significative lasciate dal Segantini e che attraverso ai tempi dimostreranno o confermeranno il suo grande valore sono: "Ave Maria a trasbordo"; "La tosatura" al Museo di Tokio; "Alla stanga" (collocato nella Galleria d'Arte Moderna di Roma); "A messa prima"; "L'aratura" (Galleria di Monaco); "Vacche aggiogate" (Kunsthalle di Basilea); "Le due madri"; "Dea d'amore"; "L'Angelo della vita" esposte nella Galleria d'Arte Moderna di Milano; "Vacca bianca alI'abbeveratoio" nella raccolta del Comm. Mario Rossello a Milano; "Alpe di maggio", nella raccolta della signora Corinna Trossi Uberti; "Ragazza che fa la calza", (Kunsthaus di Zurigo); "Ora mesta"; "Vacca bruna che beve"; "Le cattive madri" e "Pascoli di primavera" nella Galleria di Vienna; "Il frutto d'amore" e "Ritratto di Vittore Grubicy" nel Museo di Lipsia; "Il ritorno al paese natio", nella Galleria Nazionale di Berlino; "Il dolore confortato dalla fede" alla Kunstalle di Amburgo; "Contrasto di luce", nel Museo Reale di Bruxelles; "Le lussuriose" al Museo di Glasgow; "All'arcolaio", al Museo di Sidney in Australia; "La figurazione della primavera", al Museo di S. Francisco di California; "Sul balcone", al Museo di Coira; "Pascoli alpini", esposto nel 1933 a Palazzo Marino a Milano e poi alla Galleria Neupert di Zurigo; "Allo sciogliersi delle nevi"; "Camoscio morto", "Pollame" (natura morta). Molti sono i disegni a carbone e a pastello duro lasciati dal Segantini di cui faremo cenno solo di "La culla vuota" nella Galleria di Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza. Il comune di Arco (Palazzo Marchetti) ha aperto una mostra commemorativa nel centenario della nascita (1958) pubblicando un catalogo curato dal prof. Giulio De Carli con note biografiche del figlio Gottardo Segantini, ampiamente illustratato con preziose note critiche per ogni quadro. Alla XXVI Biennale Veneziana (1952) era rappresentato nella sezione "Il Divisionismo in Italia" con quattro opere; alla VI Quadriennale Romana (1952) nella sezione "Pittura Italiana della seconda metà dell'Ottocento" era rappresentato con la notissima: "Ragazza che fa la calza".

Il suo dipinto La culla vuota è conservato presso la Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza.

E' padre dei pittori e .



da Le Biennali di Venezia - Esposizione 1895, 1897 e 1901
Uno dei più gloriosi artisti moderni; nacque ad Arco il 15 gennaio del 1858 e morì da eroe sulla breccia dell'arte sullo Schafberg il 28 settembre del 1899, mentre stava lavorando attorno al gran trittico che figurò prima a Milano, indi alla Mondiale di Parigi. Rimasto orfano, andò a Milano, indi un bel giorno, imprese a piedi, ancora adolescente, un viaggio per recarsi in Francia a tentarvi fortuna.
Estenuato dalla fame, venne raccolto da un fattore e diventò..... guardiano di porci. Un profilo porcino disegnato sur un sasso fu il primo saggio della sua vocazione.
Tornato a Milano, frequentò l'Accademia di Brera, ma non vi rimase a lungo, troppo indipendente essendo il suo spirito.
Il primo quadro che ne divulgò il nome fu il «Coro di Sant'Antonio», a cui seguirono altre opere ammirate e discusse per la novità della tecnica.
Il Segantini trasse larga fonte d'inspirazione dalla montagna, dalla vita pastorale, dalle vicende degli umili; ma nell'ultimo periodo la sua arte era venuta assumendo non di rado carattere simbolico.
A Milano, nel 1894, si tenne una esposizione delle sue opere, nel Catalogo della quale sono riprodotte alcune lettere dove il Segantini dichiara le proprie idee sull'arte.
«L'arte - egli scrive - deve rivelare sensazioni nuove allo spirito dell'iniziato.... la suggestività d'un'opera è in ragione della forza con cui fu sentita dall'artista nel concepirla, e questa è in ragione della finezza e della purezza dei suoi sensi». La sua tela «Ritorno al paese nativo» fu premiata nella prima Esposizione internazionale di Venezia. Nella seconda espose «Pascoli alpini di primavera» quadro di una luminosità prodigiosa.
Ricordiamo infine il suo capolavoro disgraziatamente non finito e che gli costò la vita. E' il trittico intitolato «La natura», «La vita», «La morte». «In esso (scrive Lorenzo Benapiani) dopo aver conquistato le Alpi, sembra voglia conquistare il cielo».
Nel quadro laterale del trittico «La vita» cui mancano pochi tocchi per rendere completa la illusione ottica del sole nascente che illumina le alte cime rocciose e nevose (uno splendore di verità e purezza) dei dintorni del Maloja, e per rendere completa l'illusione della brezza mattutina primaverile, delicatamente profumata in cui si raccoglie la protagonista della scena, figura simbolica dell'inno perenne alla maternità - sembra che il Segantini abbia concepito e svolto il ridente tema sulla tela con la stessa passione, la stessa idealità, gli stessi particolari descritti dallo Zolà nella «Feconditè».


da Le Biennali di Venezia - Esposizione 1926
di Nino Barbantini
1 - Giovanni Segantini nato ad Arco l'11 gennaio 1858, fu condotto a Milano, dopo che gli morì la madre, a cinque anni. Suo padre - emigrato subito anche di là - lo lasciò in custodia ad una sorellastra, che quando usciva di mattina presto per andare al lavoro, lo chiudeva nella soffitta che abitavano e non tornava che a sera fatta. Giovanni sospirava tutto il giorno il paese lontano e la libertà perduta. Un giorno riuscì a fuggire, raggiunse la campagna, e camminò finche non cadde estenuato dalla fatica e dalla fame era di notte e imperversava un uragano d'inferno: lo raccolse un contadino e lo tenne presso di sè a custodire la mandria. Si dice che cominciasse presto a disegnare in terra figure d'animali, ed egli stesso racconta che un giorno, quand'era mandriano, morì a una sposa l'unico figliuolo e che per consolare la povera donna fece il ritratto del morticino. Aveva poco meno di vent'anni quando si iscrisse all'Accademia di Brera al corso elementare di figura. Lo frequentò pochissimo, quel tanto che gli bastò «per capire l'inutilità dell'insegnamento accademico e il danno che esso reca all'espansione dell'arte vera creando un gran numero di pittori che non sono artisti». Queste parole sono sue.
Dipinse il primo quadro "Il coro della Chiesa di S. Antonio" nel 1878. Incomincia da quel momento la storia dell'arte di Segantini, e viene divisa generalmente in cinque periodi Milano dal 1878 al 1881, Brianza dal 1881 al 1883, Alta Brianza dal 1883 al 1886, Savognino dal 1886 al 1894, Maloja dal 1894 al 1899, l'anno della morte.
2 - Nell'Engadina, al Maloja, in vetta allo Schafberg, Segantini visse settimane e mesi tra la capanna e la tela a dieci passi da quella, e se era costretto a discendere in città, sospirava il deserto di neve. Ma fino al 1886 errò senza sosta. Quel giorno dell'infanzia, che fuggì e cadde nell'uragano, incominciò un lunghissimo viaggio di ritorno attraverso regioni d'esilio. La città fragorosa era muta per lui che rammentava i muggiti dei bovi e dei venti. La scuola logica era senza verità per lui che doveva imparare il disegno nei pascoli. La consuetudine dei pittori di Milano che dipingevano materialmente mentre egli aspirava - allora - a esprimere col colore la malinconia del crepuscolo, gli incresceva. Entrò, con passo incerto, nella strada dritta quando cominciò a riprendere quota, in Brianza. Poi tra i pascoli alti dell'Engadina, nella solitudine e nelle nevi dell'Alpe dove non intendeva più voci d'uomo nè campane di campanili, ma qualche campanella d'animale, l'abbaiare d'un cane e il sibilo del vento, finalmente si riposò, perché finalmente era arrivato. Ogni cosa, ogni suono, ogni gesto di ogni creatura, il colore di ogni ora aveva lassù il proprio senso originale e una santità primordiale. Egli visse allora tra aspetti domestici. Era tornato alla natura semplice, risalito alla montagna, dove aveva aperto gli occhi. Colà il suo spirito, disarmato dalle amarezze e delle acutezze a cui l'aveva foggiato il vivere sociale, si abbandonò nella solitudine all'amore insuperabile di tutto quello che vedeva. Segantini entrò così in istato di grazia, e dipinse allora le sue pitture più belle.
3 - In generale, chi ha scritto di lui lo ha frainteso. Alcuni hanno creduto di doverlo classificare ed esaltare sopratutto, per quei quadri fantastici e simbolici, che si lasciò andare a dipingere contro la propria natura, turbato dall'esempio di Gaetano Previati. Ma quei quadri eludono col proprio sentimentalismo la schietta sanità del pittore, ed esprimono vagamente attraverso il giro vizioso dell'immagine, ciò che Segantini aveva espresso e doveva esprimere con semplicità virtuosa. Qualcuno, d'altra parte, è andato troppo in là nel valutare appunto il suo naturalismo. Considerando le sue abitudini di lavoro e di vita, il suo spregio per l'insegnamento scolastico e per il manierismo idiota di molti dei suoi connazionali, le sue parole più che le sue opere, la sua umiltà di fronte al vero non ha capito che, ad onta di ciò, Segantini fu in sostanza e nella misura comportata dal suo genio dalla sua passione e dal suo tempo, un pittore idealista, e precisamente un pittore classico.
4 - E' chiaro che quando si parla dell'idealismo di Segantini ci si riferisce ai mezzi specifici del suo mestiere di pittore, cioè al disegno, al colore e alla composizione, contemplati nelle sue opere maggiori. Ora dagli ultimi anni a Brianza e dai primi a Savognino fino a quelli della perfezione, il disegno il colore e la composizione si svolsero progressivamente nelle opere di Segantini secondo una legge unica e costante. Da principio la composizione fu subordinata all'azione del protagonista del quadro, tutta rivolta ad assecondarla pateticamente senza preoccupazione alcuna di equilibrio e di costruzione; il disegno fu aneddotico, inteso a fissare l'aspetto delle cose e specie della figura umana in atteggiamenti transitorii, elastico, senza disciplina; il colore fu destinato a ribadire gli effetti col chiaro scuro e a comunicare degli stati d'anima. Tutti i quadri di Segantini anteriori al 1886 presentano più o meno i caratteri esposti, e si capisce che devono avere un aspetto relativo, frammentario e casuale; vi si incarna lo spirito dell'artista, arbitro delle proprie sensazioni, fragile e piccolo come ogni spirito umano. Ma più tardi il colore - il verde del prato, l'azzurro del firmamento, il bianco lattiginoso di una casa, il candore della neve, l'ombra portata dell'albero secco - diventa nella pittura di Segantini cristallino; il disegno stabilisce il contorno, determina la plastica di ogni oggetto con una chiarezza statuaria; la composizione è spaziosa e monumentale, conforme a un ordine prestabilito, costruita secondo i canoni dell'armonia. Non si incarna più nell'opera di cotesto uomo la sua umanità fievole, vi si riflette e vi si stampa la natura solida, positiva e assoluta. L'idealismo, il classicismo della pittura di Segantini consiste precisamente in ciò che non interpreta tanto la coscienza - relativa - dell'uomo, quanto l'essenza - assoluta - delle cose.
5 - Non dipingeva dunque coll'ansietà degli altri, i quali sapevano che l'effetto passa presto. Una volta che aveva piantata la sua tela sul vero, dipingeva pacato, ore e ore, giorni e giorni. Aveva detto a se stesso che doveva «conquistare quello che vedeva», e conquista voleva dire per lui rendersi conto dell'essenza d'ogni forma e d'ogni colore immanente nelle cose, dell'ossatura del paesaggio, rappresentare l'essenza d'ogni forma e d'ogni colore immanente, l'ossatura del paesaggio con la massima precisione e la massima concretezza possibile.
E poiché la natura consiste nel suo eterno sopravvivere, nella sua stabilità e nella sua perpetuità paragonate a tutto ciò che dentro di noi continuamente trascorre e si cancella, al nostro dileguare nella morte all'indomani della nascita, la pittura di Segantini rappresenta la stabilità e l'immutabilità del prato, della rupe, del cielo, l'eternità delle cose che ci sembrano eterne. E fu così che la sua pittura, risulta eminentemente statica.
Anche della creatura, del bue che tuffa il muso nell'abbeveratoio e si volge a guardare colla sua grave bontà e un filo d'acqua gli cola dalle froge, della gregge che sosta e s'avvia, dell'uomo che sugge il latte della madre, che affonda l'aratro nel solco, che ritorna adagiato in una bara per discendere nel grembo della sua propria terra, Segantini raffigurò l'essenza e l'eternità.
A Savognino, man mano che gli si maturavano la coscienza e l'esperienza, veniva constatando sempre più limpidamente la monotonia sublime degli atti essenziali e dei gesti necessari, e mentre in Brianza, il gesto era sembrato anche a lui, come sembra a tutti, l'attributo della creatura, a Savognino e al Maloja gli sembrò l'opposto. L'uomo e l'animale muoiono presto, ma i gesti necessari, gli atti essenziali della vita sono eternamente quelli. Le rondini cadono infrante e le rondini seguitano infinitamente a costruirsi il nido, a emigrare, a ritornare nello stesso modo. I buoi piombano sotto la mazza del beccaio, e altri buoi seguitano infinitamente a dissetarsi e a spandere nei pascoli e le rupi il loro muggito. Gli infanti fatti uomini dimenticano il seno che li nutrì, e altri infanti seguitano a nutrirsi sul seno delle mamme che se li premono sul cuore sempre col medesimo abbandono. Gli uomini muoiono, e gli uomini seguitano a chinare il capo sui loro petti stanchi e a morire. La coscienza del sempiterno ripetersi di ciò alla nostra esiguità fallace par nuovo ed irrinovabile, diede alle figure di Segantini la loro misteriosa e religiosa compostezza, accrebbe all'arte sua quella gravità statica che spira dall'impassibilità serena e sovrumana dei suoi prati e delle sue montagne.
6 - L'arte di Giovanni Segantini che termina classicamente la storia del secolo iniziato classicamente da Antonio Canova, fu tipicamente italiana, perché riassunse più tipicamente d'ogni altra le possibilità e le impossibilità della nostra razza di fronte alle aspirazioni universali della pittura moderna. Dal principio alla fine del secolo scorso la pittura moderna restò fedele a questi principii, che lo scopo della pittura sta nella raffigurazione della realtà veduta; che nel vedere e nel raffigurare la realtà, l'artista deve essere indipendente. vedere secondo i propri occhi, operare secondo i propri sensi e la propria anima. Intenzionalmente e virtualmente dapprima, e poi effettivamente, la pittura del secolo scorso fu dunque realistica e soggettiva, o per lo meno fu tale in Francia dove vissero tutti i suoi maestri maggiori. In Italia, nella sacra terra del Rinascimento e nel secolo di Canova, fu realistica e soggettiva a un dipresso e alla meglio, con restrizioni mentali e compromessi d'ogni genere, senza estasi, tutta cautele e ritegni; ché, in generale, i pittori italiani del secolo 19° non riuscirono mai a emanciparsi completamente dalla concezione accademica secondo la quale l'arte è l'esecuzione armoniosa di regole fisse ispirate dalla idea assoluta di un'estetica trascendentale.
L'arte di Segantini fu dunque italianissima, per la complicazione di naturalismo candido e di idealismo accademico che contenne; e appunto per via di tale complicazione, riassunse tipicamente le disposizioni, le possibilità e le impossibilità della pittura italiana dei suoi giorni. E poiché la riassunse con accenti di umanità profondissimi, con tale grandiosità e larghezza di forme che non potrebbero essere più solenni, si può ritenere per certo che Segantini apparirà sempre, tra mezzo ai nostri pittori dell'ottocento, non solo il più italiano, ma, forse, il più grande di tutti.

Bibliografia

A.M. Comanducci - Pittori italiani dell'Ottocento - Milano 1934
A.M. Comanducci - Dizionario illustrato pittori e incisori italiani moderni - II ediz. Milano 1945
A.M. Comanducci - Dizionario illustrato pittori e incisori italiani moderni e contemporanei - III ediz. Milano 1962

W. Ritter - Giovanni Segantini - Vienna 1897

E. Zoccoli - Giovanni Segantini - Milano 1900

W. Fred - Giovanni Segantini - Vienna 1901

M. Mardersteig - Giovanni Segantini - Berlino 1904

A.C. Dall'Acqua - Giovanni Segantini - Mantova 1907

Nicodemi - Giovanni Segantini - Milano 1956

Gottardo Segantini - Giovanni Segantini - Zurigo 1919 / Milano 1927 / Trento 1955

N. De Julio - L'Arte e l'opera di Giovanni Segantini - Genova 1926

L. Villari - Giovanni Segantini Story of his life - Londra 1901

Locatelli Milesi - L'opera di Giovanni Segantini - Milano 1906

R. Calzini - Segantini il romanzo della montagna - Milano 1934

E. Somarè - Storia della pittura italiana dell'Ottocento - Milano 1928

A.M. Brizio - Ottocento Novecento - Torino 1944

P. D'Ancona - La Pittura dell'Ottocento - Milano 1954

Thieme Becker  - Kunstlerlex - 1936

F. Sapori - Giovanni Segantini

Revue de l'Art ancien et moderne - 1899

Catalogo Mostra Commemorativa di Arco - 1958

The Studio - 1904

Corriere della Sera - 1949

 

Catalogo I Esposizione Internazionale d'arte della Città di Venezia - 1895

Catalogo II Esposizione Internazionale d'arte della Città di Venezia - 1897
Catalogo IV Esposizione Internazionale d'arte della Città di Venezia - 1901

Catalogo XV Esposizione Internazionale d'arte della Città di Venezia - 1926



 

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