Gianni Marin

Marin Gianni

Trieste 1872 / Stati Uniti 1925

Sculptor
Biografia

Giovanni Marin

 

da Salvatore Sibilia, Pittori e Scultori di Trieste 1922 

La schiera degli scultori triestini - mi permettete, Arturo Rietti, di chiamare «triestini» questi scultori nati a Trieste ? - non è molto numerosa in confronto di quella dei pittori.
Oltre ad Attilio Selva, a Giovanni Mayer, a Ruggero Rovan, a Tojo Covacich, ad Arturo Levi e ad Achille Tamburlini; e a Romeo Ratman e a Vittorio Guttner che vivono all'estero, una figura simpatica, come uomo e come artista, è quella di Gianni Marin.
Artista, però, di temperamento assolutamente diverso da quello degli altri scultori suoi concittadini, con una visione larga e ottimista della vita, visione che influisce, quindi, in modo meraviglioso su tutta la estrinsecazione concreta dalla sua scultura.
A vederlo - un simpatico tipo di uomo dal tratto signorile con la caramella all'occhio destro - e a sentirlo parlare con la suprema noncuranza dello spirito scettico e sicuro di sè in qualunque contingenza, si ha subito la misura esatta della correlazione e del rapporto che passa tra la sua vita sociale e la sua vita spirituale.
E', dunque, uno spirito largo, di buona serenità e di grande giocondità in ogni sua concezione.
Egli stesso si compiace di dire e di ripetere che in tutte le espressioni della sua arte non vuole assolutamente - anche perchè non lo sente - essere sopraffatto da nessuna concezione di simbolo triste: infatti è ben difficile trovare nei moltissimi e innumerevoli monumenti funerarii ch'egli ha fatto per i cimiteri di Trieste e del bello italo regno un senso pesante e cupo di dolore.
La morte - nella sua concezione filosofica - non esiste come cosa d'angoscia e di sofferenza: è una cosa di liberazione e di bellezza che non comporta nelle forme statuarie della sua arte i simboli dolorosi ed opprimenti adoperati fino a ieri e ancor oggi dagli scultori nostri: il concetto della morte, dunque, quando sia rappresentato con una qualunque arte plastica, non deve essere di spavento.
Un giorno, nel suo ampio studio di via Galileo Galilei - uno studio un poco morto e molto polveroso e solo animato qualche volta, raramente, dalla presenza della scultore che d'ordinario vive a Milano - parlandomi e spiegandomi questo divino concetto della serenità della morte proprio dello spirito ellenico che permetteva a Socrate di bere la cicuta senza nessun rammarico della vita che lasciava dietro a sè, egli mi disse che buona parte dei «Cristi», scolpiti o dipinti, sono mal fatti appunto perchè il Cristo è sempre rappresentato nella tristezza e nel dolore: è sempre scontento di questa sua divinità angosciata.
E forse Gianni Marin non aveva torto, dandomi questo esempio a rafforzare il suo ragionamento.
Se una famiglia innalza, in un cemetero, alla memoria dei suoi morti un monumento significa che ha fede, che è religiosa nel senso che crede ad una forma-pensiero: e chi crede, spera e chi spera non è ancora e non è più oppresso dall'angoscia.
Ecco, quindi, anche perché - Gianni Marin deriva forse direttamente dalla concezione che dell'arte ha Leonardo Bistolfi.
Questo grande scultore italico s'è creato un suo mondo interno, fervido ed appassionato e da questo trae espressioni e allegorie nuove e libere finalmente dai logori simboli della mitologia pagana e della mitologia cristiana da tanti secoli «fuse e confuse nella statuaria tradizionale delle chiese e dei criteri cattolici».
Gli scultori italiani, prima di lui, - osserva Ugo Ojetti - adoperavano ancora per esprimere la morte uno scheletro o un angelo tremendo, per rappresentare l'Amore, Cupido con la faretra, per la bellezza, Venere con il pavone, per l'abbondanza, Pomona con la cornucopia.
I più sottili, qualche volta, arrivavano al rebus come Giulio Monteverde quando per Catania nel 1880 pensò di porre statua del Bellini su sette gradini e d'incidere su ciascun gradino una nota musicale.
I più audaci si accontentavano di travestire le bestie, e la storia, ad esempio, del leoni nella scultura italiana del secolo scorso dai due leoni di Antonio Canova nel monumento a papa Rezzonico in San Pietro a quelli di Ettore Ferrari sul monumento veneziano a Vittorio Emanuele e di Ettore Ximenes sul monumento milanese di Garibaldi sarebbe educativa e piacevole quanto le «Metamorfosi» di Granville.
Ma Leonardo Bistolfi ha bandito dalla sua simbologia le idee generali e le frasi rettoriche belle e fatte.
L'emozione di cui e con cui egli vive ogni suo tema, egli sa rendere chiaramente nel suo marmo e nel suo bronzo e quest' emozione dev'essere fatta di originalità e non di plagio.
In questo concetto generale bistolfiano Gianni Marin ripone l'essenza caratteristica della sua arte non in quanto egli lo copi e ne faccia plagio o atto di obbedienza ma in quanto il suo stesso concetto coincide e collima.
E come per Leonardo Bistolfi così per Gianni Marin la morte non è che una forma della vita, come Maurice Maeterlink la descrive nel suo «Oiseau bleu». Ricordate voi la storia dei bimbi di Maeterlink?
Dunque c'è in Gianni Marin non già una tendenza, come potrebbe parere, all'epicureismo ed alla materialità, ma bensì a spiritualità, tendenza che ritroveremo largamente nelle sue opere, ma sopratutto nei suoi monumenti di cimitero.
Nel 1897 aveva vinto con dei nudi molto buoni il concorso della fondazione Rittmayer che poi fu vinto dal Ratman e da Attilio Selva - altri due scultori - ed era andato a Roma prendendo in affitto uno studio in via Margutta ch'era stato Filippo Cifariello.
Poi da Roma se ne andò a Parigi vivendo con intensità la vita mondana della capitale e conoscendo nel salotto di Elena Vacarescu le più note personalità del mondo artistico, letterario e politico.
Nel 1900, al «Salon» di Parigi espose un nudo che gli fu premiato con la medaglia.
Da quel giorno la febbre del lavoro lo prese veramente ed espose, poi, sempre, in tutte le esposizioni d'Italia e di Francia ed oggi sorride di compiacenza e d'orgoglio quando dice che ha fatto, in tutta la sua vita, più di duecentocinquanta tra busti e ritratti e più di cinquanta monumenti disseminati per tutta l'Italia, per la Venezia Giulia, per la Dalmazia e per l'Istria.
Gianni Marin ha trattato, anche, con successo, la targhetta e la medaglia: di lui sono le medaglie per il conte Sordina, della Lega Nazionale, della «Minerva», per il dott. Manussi, per la Filarmonica drammatica, per il centenario napoleonico, la targa per il concorso fotografico ecc.
E' suo un busto di Vittorio Emanuele III sulla piazza di Bienno, un paesello della Val Camonica, il primo busto di Vittorio Emanuele, re.
Qui a Trieste Gianni Marin ha molte pregevoli cose, specialmente nel palazzo della Riunione Adriatica di Sicurtà.
Nel peristilio del palazzo c'è la sua «Fontana dei leoni» che è la più grande policromia che esista: il nudo del guerriero è rosa gandolia, l'elmo in bronzo argentato con ageminature e pietre dure, il drappo in broccatello di Siena, la roccia in pietra di Orsera e i leoni - due leoni ed una leonessa che vanno ad abbeverarsi nella conca della fontana - in rosso d'Asiago.
Prima di questa policromia di Gianni Marin, la più grande che esistesse era il «Bethoven» di Max Klinger, a Monaco.
Il palazzo della Riunione di Sicurtà è abbellito anche di altre statue di Gianni Marin: «La Previdenza» e «la Perseveranza» sulla facciata d'ingresso, ed alcune figure simboliche sulle facciate laterali della via Dante Alighieri e Santa Caterina.
Alcuni ha uno voluto muovere alla «Fontana dei leoni» l'appunto ch'essa è un'opera di scultura commerciale volendo con ciò escluderla dal novero dei lavori di una scultura tradizionale.
Ma questi facili critici non solo si sbagliano perchè la fontana di Gianni Marin ha tali pregi di modellazione e di bellezza da essere considerata come una delle sue migliori opere, ma anche partono da un vecchio e vieto pregiudizio che un lavoro qualsiasi - anche se si vuol considerare commerciale - non possa essere un lavoro di nobile arte.
Ho già espresso in altra parte del mio libro il mio concetto sullo sviluppo enorme che l'arte ha preso in questa nostra società moderna, anche e sopratutto nel campo commerciale ed industriale; e se un artista di fama e di valore sente che il suo ingegno si può dedicare allo sviluppo dell'arte in questo campo e sotto questo punto di vista, egli farà benissimo perchè concorrerà, con il suo valore, all'espressione bella della vita e a far si che la vita possa essere vissuta fra le cose belle e gentili le quali sono mezzo di civiltà e di evoluzione.
Fra i moltissimi monumenti di Gianni Marin a Trieste ricorderò quello napoleonico fatto per ordine del conte Sordina e dell'architetto Arduino Berlam allo scopo di onorare la memoria di un capitano napoleonico morto a Trieste e, contemporaneamente anche allo scopo d'essere un'affermazione di fede antiaustriaca.
Il bassorilievo riproduce con buon movimento e con geniale vigoria una carica della cavalleria di Napoleone.
L'altro è quello della famiglia Sofianopulo nel cimitero greco-orientale.
Fra le composizioni funebri degli ultimi anni scriveva Silvio Benco nel «Piccolo» dell'ottobre 1909 - poche eguagliano questo per la traduzione semplice e chiara di un concetto generale in un'armonia di forme architettoniche e plastiche e per il senso che nobilita ad una ad una codeste forme.
Nella visione del Marin è un equilibrio perfetto.
Architettonicamente compone con logica sicura: a una grande lastra di marmo s'addossa l'erma del defunto capo di famiglia, con la colonnina spiccata tra i fiori marmorei che già il Bistolfi disseminò per le tombe italiane; ai piedi dell'erma una figura di donna è raccolta nell'abbandono tacito del sonno, le nobili membra e le euritmiche pieghe del panneggiamento composte sopra la maestosa pietra tombale che raffigura il sollevato coperchio d'un'arca.
Come scultore il Marin ha finezze squisite, tanto nel busto quanto nella figura di donna: la vita è rintracciata in volto al defunto nei più reconditi rapporti sei suoi piani; è fatta palpitare nelle morbide spalle e nelle braccia delicate della dormente che si modellano nella pietra come in una materia sensitiva; è cercata con rara felicità nell'espressione del sonno come d'un lieve e sereno anelito che si diffonda nelle linee del viso.
Ma il Marin trae anche mirabili vantaggi dagli elementi decorativi: i partiti di pieghe passano sopra il corpo e si piegano a ventagli con un'ondosità che è come una musica; grovigli di crisantemi e di gigli che formano plinto alla gran lastra di marmo sono disposti con una ben pensata energia di chiaroscuro ed hanno vigore dal risoluto altorilievo dei rami muscolosi e ricurvi.
Una bella opera; bella anche nei materiali: il vivo e pittorico marmo di Baveno disposato alla viva e pittorico pietra nostrana di Reper.
Gianni Marin è dunque, uno scultore dalle vaste concezioni spirituali ch'egli vuol concretare nella più poetica forma di bellezza, e nella più dolce armonia di composizione: nei suoi monumenti - che questo d'altra parte sono il suo maggior merito e il suo maggior lavoro - egli è capace di superare tutte le difficoltà tecniche della scultura: in un bozzetto che mi ha fatto vedere nel suo studio polveroso di Trieste è trattato con la medesima energia e facilità il «tutto rilievo» l'«alto rilievo» il «mezzo rilievo» e il «basso rilievo» tutti fusi nella più musicale armonia di linee e di curve, prova evidente che si possono ottenere effetti che non sono stati ancora mai tentati.
Egli non fa quasi mai bozzetti: concepisce immediatamente il piano e l'idea del lavoro e la disegna con molta cura: questo è il suo bozzetto: poi la modella direttamente sul gesso con la febbrile nervosità data dall'idea della creazione e dal fatto stesso che il gesso s'indurisce rapidamente.
E lavora o nella notte quieta o nella mattina fresca quando ritorna al suo studio e non battono, col noioso rumore della distrazione, le altre opere dell'uomo: queste della solitudine sono le ore migliori per lui che si sente solo, muto, con il suo lavoro e la sua idea; e allora è tutto preso e circonfuso da quella speciale vibrazione spirituale che è la vibrazione creativa e il lavoro gli esce fresco e armonioso dalle mani plasmanti e gli sbalza fuori con la sua spiritual bellezza dall'informe masso bianco del gesso.
Gianni Marin ha scritto in alcuni appunti e dettami d'arte che forse un giorno vedranno la luce, che l'artista deve avvicinarsi ai suoi strumenti con la stessa purezza d'un sacerdote che s'avvicina all'ostia del suo altare: l'artista è un sacerdote puro e Gianni Marin che ha ben compresa questa religiosa missione dell'arte è riuscito, appunto per questo, a darci una sua arte fatta della più alta spiritualità umana.

Bibliografia

Salvatore Sibilia - Pittori e Scultori di Trieste - 1922




 

would you like to sell a work of Gianni Marin?

 

would you like to buy a work of Gianni Marin?

 

Please fill out the form below


Select the images you would like to upload and send to us

Select image n.1
Select image n.2
Select image n.3
Select image n.4
Select image n.5