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Emilio Franceschi

Franceschi Emilio

Firenze 1839 / Napoli 1890

Sculptor, Designer
Biografia

da Angelo De Gubernatis - Dizionario degli Artisti Italiani viventi - 1889

Scultore toscano di gran fama, residente a Napoli. Di lui così scrive Vincenzo Della Sala: «Deve tutto a sè stesso, alla gran forza di volontà, alla proverbiale perseveranza, alla fede intera nell'arte, alla sostanza nel lavoro, che gli hanno potuto far percorrere tutta la lunga strada, che, fin dai suoi primi passi nell'arte, egli vedeva innanzi a se, luminosa, è vero, ma non perciò priva di triboli e di spine. Non ebbe compiacenti amici che, per tempo, sonassero, intorno a lui, le raganelle della fama: in quei tempi si chiaccherava meno e si lavorava di più ed assai più serenamente ed assai più utilmente che oggi non si faccia. Nè si può dire che gli arridesse, tosto, il successo. Il Franceschi s'è fatto strada, attraverso la glaciale indifferenza del pubblico, che avrebbe esaurita ed affranta ogni altra fibra. Ebbe i suoi momenti di scoraggiamento: rimase, di tanto in tanto, come disorientato, ma il dolore non lo accasciò e, dalle avversità, prese nuova lena, attinse nuovo coraggio. Egli doveva, a forza di costante e di continuo lavoro pervenire là, dove si sentiva chiamato, e poichè la via lunga lo sospingeva, egli non poteva avere titubanze, di troppo lunga durata. Anche adesso, quando studia intorno ad una nuova opera, quando è tutto intento a' suoi saggi, alle sue prove, non vi sembra più il buon Franceschi, calmo, e sereno: è nervoso, come affranto, talvolta finanche sembra stordito. Gli è che, allora, questo mondo gli sfugge od egli non gli presta attenzione, tutto preso dalla sua idea, cui deve dar forma. Ha cominciato, umilmente, da operaio intagliatore in legno, egli, che, più presto che non pensasse, dovè poter bastare a sè stesso, non solo, ma portare un qualche aiuto ai genitori, in bisogno. Aveva dovuto interrompere, a malincuore, i suoi studi letterari al Collegio Forteguerri di Pistoia, per frequentare, invece, le scuole di disegno dell'Istituto di Belle Arti di Firenze, dove lo prese a ben volere Pietro Cheloni, celebre scultore in legno. Passato dalla scuola alla costui officina, lo studio costante, la perseveranza svilupparono le buone attitudini del Franceschi: il suo ingegno si affinò, il suo progredire fu continuo e rapido e in modo, da meravigliare il maestro. A diciassette anni, si stacca dal Cheloni, col quale è stato poi sempre legato dai più tenaci vincoli di amicizia e di riconoscenza, in cerca di lavoro, che potesse rendergli meno disagiata la vita e che potesse, anche, dargli modo di continuare i propri studi sul marmo, già iniziati, con successo, e per proprio impulso. Il maestro lo aiuta in questi primi passi, i più difficili, lo sostiene, lo incoraggia, lo conforta. A ventisette anni, nel 1869, Emilio Franceschi lascia Firenze e viene qui, in Napoli, come socio in una gran fabbrica di mobili artistici. Portava con se un gusto ed un'eleganza squisita, frutti di molti anni di studio indefesso sui grandi modelli del passato, e, fin da' primi lavori, si cattivò l'amicizia di artisti valenti, assicurando al suo opificio un lavoro, che non gli è, mai, venuto meno. Come a Firenze lo aiutò e lo incoraggiò il Cheloni, qui in Napoli, egli si è saputo guadagnar tanto l'affetto, la stima, l'amicizia fraterna di Domenico Morelli, che non deve far meraviglia, oggi, dopo circa venti anni, il sapere che il grande pittore, il famoso caposcuola, cui l'arte napoletana, specialmente, deve tanto, oggi, nell'Accademia Reale di Napoli, propone, di sua iniziativa, e ad insaputa del Franceschi stesso, la costui nomina a socio ordinario residente con una relazione, la quale, quand'altra ne mancasse, sta lì, prova salda della più perfetta, della più squisita, della più bella fratellanza artistica. E l'Accademia Reale, nell'accettare, all'unanimità una tale proposta, volle mostrare non solo tutta la stima che Napoli intelligente ha pel Franceschi, ma dar prova ancora di gratitudine a quella gloria napoletana, che è Domenico Morelli. E non è la sola prova di stima che del Franceschi ha dato il Morelli. S'intrattiene con lui, di preferenza, discorre e discute spesso di arte, del suo passato glorioso come del suo avvenire, passa il suo tempo col bravo fiorentino così simpatico, così arguto, così modesto. Nello studio del Franceschi, dovunque vi volgiate, voi trovate un ricordo del Morelli: è uno schizzo, è una fotografia, è una sua lettera. Essi si amano, perchè si comprendono, perchè entrambi hanno percorso la loro strada, a forza di volontà, di lavoro, di coraggio. Avranno da raccontarsi molti aneddoti e molte disillusioni da esporre, e molti dolori da confidarsi, ma dopo, essi sanno uscire dà queste confessioni più sereni, più confidenti in sè stessi ed in Dio. Credenti entrambi, ma non bigotti nè baciapile, essi hanno trovato la loro forza nella religione, essi si sono rifatti, quando il loro animo era stanco od abbattuto, in quel gran libro, che è la Bibbia, in quella serena emanazione, e ricostituente, che è la figura del Cristo. E la cristianità sì rivela in tutta quanta la produzione geniale del Franceschi: grandiosa e severa, dalla linea nobile, dagli intendimenti alti e tali, che nulla egli ha fatto e farà, che non possa rispondere, perfettamente, a quell'ideale, che vagheggia, che coltiva, cui consacra tutte le sue attività psichiche. La gran bontà di animo, la serenità dello spirito, rivelantisi nella bonarietà della sua fisionomia, nelle abitudini casalinghe, nel fare alla buona, rassodano le amicizie, fanno, col tempo, tacere le animosità, che purtroppo, esistono fra artisti ed artisti e creano, pel Franceschi, quell'ambiente di pace, di cordialità, di perfetta amicizia, che gli danno modo di poter dar forma alle sue geniali rievocazioni, di potere dare, nel marmo o nel bronzo, quelle squisite opere d'arte, improntate in quella larga concezione del bello e del vero, - un bello umano ed un vero non ripugnante - che non vi fa torcere altrove lo sguardo, che è la perfetta espressione dell'arte moderna come di tutti i tempi. Anche lui ha bevuto alle sorgenti sane e rigeneranti e ricostituenti della riproduzione del vero, anche lui ha dovuto molto lottare per istaccarsi, completamente, dal passato e dall'accademico; ma, ed in questo il Morelli ha influito non poco; nell'arte del Franceschi non c'è mai, dilagamento. Egli è sempre composto, egli è sempre sereno. Sa quello che vuole, e cerca di ottenerlo, ma senza urtarvi, senza alcuna esagerazione. In lui, avete la più perfetta temperanza tra la forma artistica del passato, e la forma moderna. Di quella ha respinto tutto ciò che era voluto, partito preso, gli eccessi; di questa ha accettato quel tanto, che è valso a dar fisonomia alla sua opera d'arte, a farla vitale e personale. In tutte le sue statue, voi osservate questa gran cura, questa costante preoccupazione dell'artista, di non trascendere, mai. E la fusione fra, non dico il vecchio, ma i pregi della scultura di qualche anno fa e quelli, fortissimi, della scultura d'oggi è geniale, in lui. Egli non cerca e non vuole piacere soltanto: non vuole appagare e contentare solo l'occhio. Poichè, modellando, egli palpita, vuole che questo palpito si riproduca tutto nel cuore dell'osservatore; egli desidera che questi senta riprodurre in sè, ad una ad una, tutte le sensazioni di dolore, di pietà, di commiserazione, di allegrezza, di godimento spirituale, da cui è stato invaso l'artista. E tutto ciò, fortemente, magistralmente impresso nell'opera d'arte, fa sì, che questa non si possa guardare, con occhio indifferente. Innanzi alla sua "Opimia", che è nel Palazzo Reale di Capodimonte, alla sua "Eulalia cristiana", ora a Torino e per la quale, in quella grande esposizione, fu concesso un premio dal Ministero, al suo "Fossor", al suo "Ad bestias damnatus", alla sua "Mater dolorosa", ch'egli, per troppe ed inspiegabile modestia, chiama un batuffolo di cenci; innanzi al suo "Parini", genialissima intuizione, da cui emana tutta quanta l'arguzia, ed in cui leggete la nobile vita dell'autore del "Giorno", innanzi alla sua "Victoria" come dinanzi a tutte le opere di lui, voi sentite qualche cosa, voi dovete fermarvi: c'è pensiero, c'è sentimento, c'è anima. Il Franceschi è tra i pochi artisti che, oltre della plastica, si preoccupi, e molto, anche del pensiero: non si contenta solo di certa grandiosità di linee, di certo fare largo, non vuole solo piacere al profano ed al compagno d'arte: artista, nel vero senso della parola, egli vuole, che ogni sua opera esprima un concetto, vuole che ogni sua figura sia l'espressione di un temperamento o di una individualità, nel campo dell'arte. La sua non è arte commerciale. Egli la vede troppo in alto collocata, egli, che la circonda di tanto rispetto e di tanta profonda venerazione. Emilio Franceschi non comprende l'arte da salotto, il gingillo, la scultura, fatta per solleticare il gusto del pubblico elegante. La sua è arte di pensiero, è arte di sentimento alto e squisito. Sa che essa non è fatta per i più, non è rispondente affatto ai bisogni del secolo, sommamente ed esclusivamente commerciale; ma non se ne sgomenta, non devia: la sua strada è ben tracciata ed egli vuole batterla, senza pentimenti, senza bisogno di allontanarsene affatto. Molto ha dovuto lottare, molti dolori ha dovuto subire, per poter giungere dove ora si trova: possa questa attestazione di generale simpatia, possa il successo del suo "Ruggiero il Normanno", dargli forza e lena maggiore, per poter compiere il "Monumento a Vittorio Emanuele", intorno a cui lavora, con passione e con grande coraggio».

Bibliografia

A De Gubernatis - Dizionario artisti italiani viventi - 1889

Opere

Fossor 1883 (bronzo e granito) - Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma

Eulalia cristiana 1880 (bronzo) - Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma


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